Cosa ho imparato in 3 mesi in un istituto buddhista
Ciao a tutte e tutti,
oggi vi porto un racconto. La mia esperienza di tre mesi presso un istituto buddhista tibetano della tradizione Mahāyāna.
Tra novembre 2025 e febbraio 2026, io e Valerie ci siamo immersi in un volontariato che definirei speciale. Non perché sia stato piacevole, ma perché è uscito completamente da ciò che avevo sempre considerato la normalità. Per essere precisi: siamo stati ospitati in un centro con 30-35 volontari che, con il loro operato, sostengono una comunità di suore e monaci buddhisti nella divulgazione di ciò che il buddismo rappresenta, come religione, filosofia o stato mentale.

In questi tre mesi, nel ruolo di coordinatori dei volontari, siamo entrati in contatto con tutto ciò che una piccola comunità di mutuo aiuto può portare con sé in cinquant’anni di storia.
Ho conosciuto volontari fantastici, diventati amici. Ho trascorso il Capodanno a bere chai con un monaco buddhista. Ogni sabato mattina, andavo a bere un cold press coffee (marca Clandestino, il migliore) con un altro monaco, e successivamente a dare da mangiare ai cavalli di cui si prende cura. Allo stesso tempo, ho affrontato situazioni tutt’altro che piacevoli: la politica che si mescola alla religione, le intenzioni che si allontanano dalla compassione e dall’equanimità tanto predicate nel Gompa, il luogo sacro di preghiera. Ho dovuto chiedere ad alcune persone di lasciare la comunità — non perché fossero “cattive”, ma perché la comunità non era in grado di accoglierle — subendone le ripercussioni e i giudizi personali. Abbiamo gestito situazioni con il coinvolgimento della polizia, e altre in cui le forze dell’ordine sarebbero state più che benvenute, ma che, per ragioni a noi “sconosciute”, sono rimaste all’oscuro degli accaduti.
Un mix di estremi, insomma. Il connubio perfetto per imparare qualcosa di nuovo e imprimere ricordi profondi.

Cosa ho imparato
Siamo tutti umani, tutti soffriamo. Porre attenzione alla causa della sofferenza potrebbe non essere la soluzione. Esserne consapevoli e praticare l’accettazione e la compassione, invece, potrebbe essere molto più efficace.
Coltiva il tuo porto sicuro, non cercarlo (grazie, Valerie, per la riflessione). Certi luoghi attraggono per natura chi cerca rifugio. Affidarsi a queste comunità per il proprio benessere rischia di esporti a persone più propense a ricevere supporto che a darlo. Non è cattiveria — è semplicemente la natura del luogo.
Non c’è comportamento funzionale senza conoscenza e attenzione. Per quanto la conoscenza possa portare a soluzioni brillanti, in situazioni di stress, se non sei in grado di dirigere l’attenzione su ciò che conta, rischi di essere sopraffatto dal tuo stato emotivo e di agire sulla base delle proiezioni altrui piuttosto che di ciò che ritieni giusto. Da qui nasce la metafora dei Bodhisattva (gli “illuminati”), raffigurati come un uccello con due ali: la conoscenza da un lato, il metodo — o l’attenzione — dall’altro. In pratica: leggi, medita e interrogati costantemente.
Quando punti il dito contro qualcuno, ne stai puntando tre contro te stesso. Ogni sofferenza nasce da uno stato interno. Indicare le cause esterne significa semplicemente sottrarre attenzione alle proprie reazioni — l’unica cosa che possiamo davvero modificare.
Prima di reagire, ascolta il corpo. Se senti fermento, è il caso di fermarsi. Il corpo è uno specchio fedele dello stato mentale, soprattutto quando quest’ultimo è annebbiato dalla rabbia. Reagire da arrabbiati è il modo più rapido per generare reazioni ancora più difficili da gestire. Calmare prima la mente — e la situazione — consente di agire con attenzione e saggezza.
È (sempre) questione di ego. Quando sorgono conflitti in una comunità, credo che alla radice ci sia quasi sempre un ego poco funzionale. Un ego funzionale riconosce le proprie potenzialità e le mette al servizio del bene comune. Uno disfunzionale, invece, sfrutta la comunità per colmare le proprie carenze e perseguire i propri desideri. Il punto è questo: dove ci sono aspettative, c’è sofferenza. Dove c’è sofferenza, spesso c’è ego. Mettere da parte il proprio beneficio — anche solo in termini di validazione esterna — potrebbe essere il primo passo verso comunità più pacifiche e verso una forma di intelligenza collettiva.
Siamo tutte persone. Anche gli “illuminati” soffrono e sbagliano. Sii compassionevole.
Per concludere
Ciò che ho davvero coltivato in questi mesi è la relazione con gli altri, con me stesso e con la natura, straordinariamente presente nel luogo in cui ho vissuto. Per questo, qualcosa in me stride quando una comunità tributa onore a una figura umana, tra l’altro quasi sempre maschile. Io ho scelto di omaggiare la terra.
PS: quelli nel video sono tre mala, il mio e quelli di Valerie, oggetti sacri usati per contare i mantra durante la meditazione. Un dono della guida spirituale dell’istituto, che abbiamo ritenuto più giusto restituire alla terra. Grazie, Valerie, per questa splendida idea.
Alla prossima,
Alessandro



